Non possiamo più permetterci di ignorare la storia dietro ai vestiti che indossiamo: questo uno dei punti chiave dell’intervento di Anna Castiglioni e di Francesco Belloni sulla moda sostenibile presso l’Associazione Alfonso Lissi, il 21 settembre, e del film documentario The true cost, proiettato nella sede dell’associazione il 9 novembre.
Anna Castiglioni, giornalista esperta in moda sostenibile, è stata ospite due volte dell’Associazione Alfonso Lissi, spiegando le gravi conseguenze del fast fashion e indicando cosa ognuno di noi può fare per minimizzare il proprio impatto.
Negli ultimi decenni siamo stati indotti a pensare dalla propaganda pubblicitaria a una singola e ristretta fase del ciclo vitale di un capo d’abbigliamento, cioè dall’acquisto al momento in cui lo buttiamo. Dietro, in realtà, c’è un mondo.
Nel documentario del 2015 The true cost, diretto da Andrew Morgan, viene spiegato che la coltivazione di cotone, oggi, richiede un impiego massiccio di pesticidi chimici e un consumo spropositato d’acqua. Oltre a causare danni ambientali a lungo termine, questo è anche causa di un altissimo tasso di malattie sia mentali sia fisiche, tra cui il cancro, per i contadini e la gente che abita vicino alle coltivazioni. I semi del cotone OGM – l’unico veramente competitivo – sono monopolio della Monsanto Company, che può quindi permettersi di venderli a caro prezzo. I contadini sono costretti a comprare il loro cotone, usare i loro pesticidi e, quando si ammalano, curarsi con i loro farmaci: per l’azienda è una vittoria su tutti i fronti. La crescente povertà causata da questo sistema ha portato a un aumento vertiginoso dei suicidi tra i contadini del Punjab: si registrano 250.000 suicidi solo tra il 1995 e il 2015. Gli uomini vengono spesso trovati morti nei propri campi dopo aver ingerito una dosa letale di pesticidi. I numeri sono così impressionanti da risultare estranianti, ma è nostro compito non dimenticare che si tratta di vite umane: vite che hanno lo stesso valore delle nostre, vite di persone con sogni e speranze, costrette a vivere e morire nella miseria, tutto perché noi possiamo comprare una montagna di capi a basso prezzo e usarli una piccola manciata di volte.
La produzione dei vestiti è delocalizzata in paesi del terzo mondo, in fabbriche dove la gente lavora per uno stipendio misero, a ritmi e orari schiavili e in assenza di ogni norma di sicurezza, in edifici a costante rischio di crollo e in mezzo ad agenti chimici tossici, senza alcuna protezione. Non hanno nessuna tutela, e quando provano a chiedere condizioni migliori vengono picchiati selvaggiamente, spesso fino alla morte. Questo accade oggi, nel 2019. Sta accadendo ora mentre leggi questo articolo. Queste fabbriche non sono proprietà diretta dei grandi marchi occidentali, ma loro fornitori indiretti (tramite un complesso giro quasi irrintracciabile): così i marchi possono imporre condizioni insostenibili di prezzi e ritmi senza macchiare la propria immagine. Le conseguenze di questo sistema di produzione, a lungo rimaste nascoste, hanno iniziato a diventare oggetto dell’opinione pubblica con il crollo nel 2013 del Rana Plaza, una fabbrica di otto piani a Dacca, che ha causato 1129 morti e 2515 feriti.
I vestiti che buttiamo via poi finiscono spesso in immense discariche, dove resteranno a lungo assieme ad altri rifiuti non biodegradabili. Quelli buttati nei cassonetti dell’usato finiscono o in mano alla mafia o in discariche abusive. D’altronde i requisiti che un vestito deve avere per essere riciclato sono molto alti: basta che abbia fibre sintetiche, alcune tinte o grafiche plastificate perché non sia più idoneo.
La causa di questo sistema di produzione è il consumismo, parte integrante di un sistema che pone il profitto sopra ogni altro valore. Il fast fashion ha accorciato incredibilmente la vita di un capo d’abbigliamento. La pubblicità ci fa credere di aver bisogno di sempre più beni materiali a ritmi sempre più serrati, e questi beni avranno una vita d’utilizzo sempre più breve. I prezzi stracciati ci inducono a buttare via il capo con più leggerezza e al contempo ci gratificano, dato che la gran quantità di abiti che possiamo permetterci porta ognuno di noi a credere di essere ricco. Qualcuno però deve pagare il prezzo di questi vestiti insanguinati: quel qualcuno sono i lavoratori e l’ambiente.
L’uomo è probabilmente l’unico animale in grado di ragionare in termini di bene comune e di emanciparsi dall’egoismo genetico: possiamo essere meglio di così. Il primo passo verso un cambiamento è molto semplice: è la consapevolezza. Il sistema del capitalismo oggi è una realtà indiscutibile come il cristianesimo durante il medioevo, ma non è l’unico sistema, né il migliore. Esistono alternative alla divisione tra sfruttatori inconsapevoli e sfruttati impotenti.
Se si accetta di continuare a ignorare i danni sociali e ambientali che stiamo causando, la conseguenza sarà una caduta sempre più rapida nella spirale di malattie, morti, inquinamento, finché l’unica traccia che resterà della specie umana saranno i risultati di un’estinzione di massa. L’obiettivo di fare informazione non è il terrorismo psicologico: siamo tutti parte di questo sistema e per migliorare bisogna accettarlo. Solo così possiamo iniziare a cambiare le nostre abitudini.
Entrambi gli eventi presso l’associazione hanno avuto molto seguito, ma è imperativo che l’interesse non sia limitato a un’onda momentanea di entusiasmo, confinata agli eventi o a questo singolo articolo: è già troppo tardi per poterci permettere il lusso di voltarci dall’altra parte.
Le cose che ognuno di noi può fare nel proprio piccolo sono molto semplici. Si va ad esempio dal leggere le etichette per controllare la provenienza e i materiali di un capo, al donare i vestiti al mercato dell’usato invece di buttarli, al comprare meno e usare più a lungo, o comprare da marchi sostenibili. Per approfondire, consiglio la lettura del blog di Anna Castiglioni, indiestyle.it, e la visione del film The true cost. Francesco Belloni è titolare della gioielleria Belloni a Milano, la prima gioielleria in Italia a vendere gioielli etici (per l’ambiente e per i lavoratori). Per restare aggiornati su altri eventi su temi d’attualità, controllate i canali dell’Associazione Alfonso Lissi.
Come già detto, lo scopo della sensibilizzazione non è il senso di colpa. Per estremizzare possiamo dire che è anche vero che, chi viene a conoscenza di certe realtà e continua a ignorare il problema, non è poi così diverso da un pluriomicida.

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